Sono Eric De Marchi,
artista del Varesotto, credo nell’arte come dialogo sensibile con la vita. La mia ricerca si base su un’attenzione costante verso i mutamenti interiori in relazione al contesto che vivo: le relazioni personali, la casa, il territorio, i momenti di vita attraversati.
Uso la fotografia come strumento capace di mettere ordine al caos della percezione che non si ferma mai, mi autorappresento tramite la tecnica dell’autoritratto utilizzando il mio corpo come materia d’indagine dei temi di mio interesse.
Uso la poesia come dialogo sensibile capace di portarmi ad un passo dalle emozioni, permettermi una visione più ampia e chiara, quasi oracolare del senso del mio stare al mondo.
Uso il disegno e la pittura, categoricamente a terra, come spazio di riconnessione con il gesto, è per me un modo per incanalare il sentire e dargli una forma spesso imprevista. In quanto imprevista capace di potenziale rivelazione del “reale”.
La necessità di fare esperienza attraverso la materia è qualcosa che assomiglia per me, all’accarezzare un volto e sentire il calore di una mano; è un esperienza viva nella carne che lascia il segno.
Nel tempo ho approfondito la relazione con il mio corpo tramite la tecnica della biodanza, metodologia che mi ha permesso di spostare il mio centro percettivo e decisionale dalla mente al petto, un integrazione fra pensiero e sentire.
Sono da sempre appassionato alla psicologia, del modo che abbiamo di abitare la realtà con la nostra presenza. Credo che ognuno di noi viva esperienze significative di vita, e che sia un dono e un’opportunità per sé stessi e l’altro portarli in evidenza tramite la pratica creativa ed artistica personale.
Il mio obbiettivo come artista è quello di generare presenza; suscitare nell’individuo uno stato di presenza che ispiri un movimento da dentro, così da facilitare nell’altro uno stato di ascolto attivo che poi è precedente all’atto stesso della creazione, non solo con l’intenzione di creare un’opera d’arte ma anche come approccio al quotidiano. Tutto questo è differente dalla logica razionale di un piano definito e invece assomiglia di più a un discorso di affascinazioni che ci portano in luoghi e situazioni ancora non immaginate ma ben presenti dentro noi stessi.
Credo infine, che il parlare della propria vita, come soggetto dell’arte stessa, sia un modo antico ed autentico dell’utilizzo dell’arte. L’essere al servizio della vita con la propria vita, un lavoro umile e costante di svelamento che porta l’individuo alla percezione dell’essere umano come “creatura” e quindi una cosa sola nell’esistente. Non più chiudersi nel proprio silenzio e solitudine, ma tramite il proprio silenzio e la propria solitudine accogliere la vita e la sua voce, portandola infinite ad incontrare l’altro con intenzione, lavoro, cura e apertura.


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